CERTO CHE VOGLIO DICHIARARE, MA LEI NON ME LO PERMETTE!

Lettera aperta al Signor Marchena

Eulàlia Reguant i Cura
Paesi Catalani, 23 aprile 2019

Diceva Umberto Eco, parlando del fascismo, che il nostro dovere è quello di smascherarlo e puntare l’indice contro ciascuna delle sue forme nuove, ogni giorno, in ogni parte del mondo. Questa è la volontà che mi portò a difendere la mia obiezione di coscienza di fronte all’obbligo di rispondere a un’organizzazione di estrema destra.

Il 27 febbraio comparvi davanti al Suo tribunale, dopo aver fatto più di 600 km, per dichiarare come testimone, promisi di dire la verità, procurai i miei dati personali, che mi erano stati richiesti dal presidente della sala, e espressi la mia piena disposizione a rispondere a tutte le domande che mi fossero poste dal ministero ficale, l’Avvocatura dello Stato e tutte le parti della difesa, a eccezione dell’accusa popolare esercitata dall’organizzazione Vox. Allegai che non avrei risposto alle domande di un partito “d’estrema destra, maschilista e xenofobo”. La mia posizione, che non mi fu permessa di difendere poiché venni espulsa rapidamente dal tribunale, era un esercizio di obiezione di coscienza tutelato dall’articolo 418 LECrim (codice di procedura penale spagnolo), che stabilisce che “nessun testimone potrà venire obbligato a dichiarare rispetto a una domanda la cui risposta possa danneggiare materiale o moralmente (…)”.

E lo facevo spinta da motivazioni etiche e di coscienza, ma anche appoggiata dall’espulsione de La Falange da parte di questo stesso tribunale quando essa volle agire come accusa popolare alcuni anni fa in un procedimento giudiziario.

Tuttavia, invece di seguire la dottrina di questo stesso tribunale e radiare l’estrema destra dall’accusa popolare, aggiungendovi il contesto di campagna elettorale e l’uso dell’Alta Corte come piattaforma elettorale, Marchena decise di proteggere l’estrema destra e violare, de facto, i principi etici e morali di un sistema democratico e di garanzia dei diritti.

Inaspettatamente (e processualmente fuori luogo) lo scorso 15 aprile ricevetti una nuova notifica della Corte Suprema dove mi si convocava “entro TRE GIORNI, perché manifestino in modo chiaro e tassativo se accedono a dichiarare come tali nel modo previsto dalla legislazione processuale nella causa dalla quale scaturisce questo incidente o se persistono nella negativa esternata nella suddetta sessione”.

Il mio avvocato ha già risposto alla Corte Suprema reiterando la mia volontà di dichiarare. E di farlo in modo tale che i miei diritti etici e morali vengano rispettati. Valga questa lettera pubblica per ribadire questa posizione. Di fatto, come molte altre persone, sento il bisogno di dichiarare di fronte a tutte le menzogne e tutta l’infamia che ascoltiamo ogni giorno nel processo. Lungo tutte queste settimane abbiamo visto come i responsabili massimi del Governo spagnolo facevano il finto tonto, assicuravano che “non ricordano”, che “non sanno”, “che loro non erano i responsabili”. Abbiamo visto una processione di agenti della Policía Nacional e della Guardia Civil che orchestratamente e in modo drammatizzato si sono dedicati a mentire davanti al tribunale cercando di descrivere i votanti del 1º Ottobre come una banda di barbari, mentre le difese non potevano esporre i filmati che smentiscono questa falsità. Il diritto alla difesa viene violato permanentemente e il processo è diventato un’assoluta farsa.

Man mano che avanza questo processo diventa più evidente, se possibile, la necessità di situare il conflitto nella garanzia dei diritti civili, sociali e politici e il diritto all’autodeterminazione. Perciò, Sig. Marchena, non è che non voglia dichiarare, è che Lei non sta garantendo le condizioni etiche e politiche perché lo possa fare, il che, in pratica, è come impedirmi di dichiarare. È davvero aberrante che Lei mantenga tra quelli che domandano ed accusano un’organizzazione il cui obiettivo è la negazione di diritti fondamentali, senza assumere la responsabilità che l’Alta Corte stabilisce dottrina e che ciò potrebbe ripetersi, d’ora in poi, in qualunque altra sala dello Stato.

In definitiva, come diceva Apel·les Mestres “per quanto fate, non passerete“.

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