LLARENA, RITIRATA E CONSEGUENZE

Il Diritto, come strumento per risolvere conflitti, non può né deve venire usato in modo contorto e fallace per reprimere il dissidente, né tanto meno come alibi per restringere libertà e diritti fondamentali.

L’ultima ritirata del giudice Llarena,

revocando non solo il mandato d’arresto europeo emesso in Germania contro Puigdemont, ma anche quello contro Ponsatí in Scozia, quelli inesistenti contro Comín, Serret e Puig in Belgio, e il mandato d’arresto internazionale emesso in Svizzera contro Marta Rovira, mette in evidenza sia l’indole di questa persecuzione che lo scarso rigore tecnico di chi li ha emessi. In ogni caso, ciò che importa non è la revoca dei suddetti mandati, bensì le ragioni per farlo e le conseguenze che, ne sono sicuro, non sono state valutate convenientemente.

Le ragioni sono palesi: la tesi accusatoria, ma non indagatrice, di Llarena è basata su un’interpretazione antidemocratica dei fatti e la conseguente applicazione, anch’essa antidemocratica, del Diritto Penale, come chiaramente ha messo in evidenza l’Alta Corte dello Schleswig-Holstein non una né due, ma ben tre volte.

Sì, pensare che quel che successe il 20 settembre o il 1ºOttobre 2017 possa essere interpretato come delitti di ribellione e/o sedizione indica soltanto che chi sta facendo quell’interpretazione è ben lungi dall’avere una visione democratica della realtà, poiché basta una lettura serena e spassionata dell’atto d’accusa di Llarena per capire che ciò che veramente sta criminalizzando non è altro che i diritti alla libertà di espressione, riunione e manifestazione.

La risposta dell’Alta Corte dello Schleswig-Holstein, così come quelle che stavano per arrivare dalla Scozia e la Svizzera, hanno suscitato nell’istruttore un panico tale da farlo prendere l’indegna strada di evitare l’accertamento giuridico della sua tesi, revocando tutti i mandati d’arresto una seconda volta. 

Il ridicolo è stato di proporzioni inimmaginabili e, a causa del comportamento di alcuni, è stato messo in questione l’intero sistema giudiziario spagnolo, se non altro a livello europeo.

Nell’ambito delle conseguenze, la prima

e più evidente è questo ridicolo di cui parlo: la credibilità del sistema giudiziario spagnolo è rimasta compromessa in seguito a una condotta irriflessiva, carica di passione, intenzioni politiche e molto poco, o niente, di Diritto. Ribadisco: quello che riflette in realtà una lettura serena, senza fervori patriottici, dell’atto d’accusa e di una serie di decisioni prese tanto da Llarena quanto dalla Camera d’Appello durante l’istruzione, sono opinioni e intenzionalità politiche che non c’entrano con un processo penale in uno Stato Democratico e di Diritto.

La seconda conseguenza,

pure questa evidente, è che sia Carles Puigdemont, che il resto di politici catalani residenti all’estero, hanno riacquistato totalmente la loro libertà di movimento, salvo nel territorio spagnolo. Potranno muoversi in tutto il territorio dell’Unione senza essere privati, tramite sospensione, di nessuna delle loro cariche pubbliche e di nessun diritto perché in nessun caso può essere applicata l’ingiusta interpretazione che finora si è fatta dell’articolo 384 bis della Ley de Enjuiciamiento Criminal (Codice di Procedura Penale spagnolo).

La terza conseguenza

può sembrare meno evidente ma è tanto rilevante quanto quelle precedenti: diversi paesi vicini hanno dovuto far fronte a costose procedure di estradizione o di consegna per vedere come, nel momento della verità – quello in cui Llarena sarebbe caduto nel ridicolo – venivano ritirate queste richieste di cooperazione, lasciando così la Giustizia della Germania, la Scozia e la Svizzera con delle spese pesanti e senza la possibilità di rendere noto un fatto evidente: i fatti non sono costitutivi di alcun delitto.

Questa condotta irresponsabile, impropria di chi esercita la funzione giurisdizionale, avrà una risposta quando venga emesso per la terza, la quarta o la quinta volta, un nuovo mandato d’arresto europeo o internazionale perché, a differenza di quanto possa pensare il giudice Llarena, questi mandati verranno inoltrati dagli stessi giudici e tribunali che hanno dovuto lavorare e spendere risorse pubbliche per niente.

La quarta conseguenza

avrà anche un riflesso sulle procedure che si vogliano stabilire in futuro, poiché la risoluzione dello Schleswig-Holstein, benché non sia stata esecutata, è passata in giudicato. E lì resta stabilito un fatto essenziale: non c’è né ribellione, né sedizione, né disordini pubblici, e sebbene questa risoluzione non sia vincolante – in linea di massima – per i tribunali del Belgio, la Scozia o la Svizzera, sarà di sicuro un elemento da considerare quando, finalmente, il giudice Llarena si permetta di emettere ancora nuovi mandati d’arresto. Dico che in linea di massima non è vincolante perché fu emessa all’interno di una procedura archiviata. Ma non dobbiamo farci ingannare dalle apparenze: sono stati foggiati dei criteri giuridici omologabili in tutto il territorio dell’Unione Europea.

La quinta conseguenza,

l’autentica ragione per la quale Llarena – da solo o in compagnia di altri – decise di revocare i mandati d’arresto, è l’effetto domino che la risoluzione dello Schleswig-Holstein potrebbe avere sul processo che si terrà fra poco nella Corte Suprema. Si è cercato di velare il risultato ottenuto in Germania per provare a salvare un’istruzione imprevedibile ed una qualificazione giuridica inaccettabile dal punto di vista democratico. Il problema è che, anche se si tenta di coprire il sole con le mani, la risoluzione è già passata in giudicato e stabilisce che i fatti descritti da Llarena non sono costitutivi di alcun delitto.

Di conseguenze ce ne sono molte altre (e sarebbe lungo da raccontare), ma il fatto più rilevante è che, per questioni estranee alla corretta amministrazione della Giustizia, è stata esacerbata una procedura, sono state forzate le categorie dei delitti, sono stati violati dei diritti fondamentali e si è arrivati alle porte di un processo penale il cui risultato possiamo tutti scorgere se non si fa niente per ricondurre questa procedura a canali democratici. Quando dico democratici faccio riferimento ad un’interpretazione e applicazione democratica del diritto, secondo la quale i fatti investigati non sono altro che situazioni che ogni stato democratico deve sopportare se vuole continuare ad essere chiamato così.

La Spagna, tanti anni fa, decise di aderire all’Unione Europea e ho sempre pensato che non lo faceva perché ci costruissero delle strade, linee ad alta velocità o aeroporti persino dove non ce n’era bisogno; credetti, e continuo a credere, che siamo in Europa per far parte del nucleo duro dei paesi democratici e questo, senza alcun dubbio, comporta una serie di costi: tra questi, che quando si debba interpretare la realtà lo si faccia da un punto di vista ugualmente democratico; e che quando si voglia applicare il diritto lo si interpreti nello stesso senso, perché la democrazia non è un cognome, bensì una forma di affrontare la vita.

Il Diritto, come strumento per risolvere conflitti, non può né deve venire usato in modo contorto e fallace per reprimere il dissidente,

né tanto meno come alibi per restringere libertà e diritti fondamentali. Il Diritto dev’essere uno strumento che aiuti a cambiare la realtà, e soprattutto, che garantisca i diritti di tutti, che ci piacciano o no i suoi approcci.

Nel caso della Catalogna, quel che si è fatto è stato distruggere il diritto penale, processuale e costituzionale al fine di mantenere la più lacerante eredità del franchismo: la struttura monarchica retta dall’indissolubile unità della nazione spagnola, come se questa si potesse sostenere a base di condanne e carcerazioni indebite.

Se vogliamo restare in Europa, dobbiamo pensare e agire come europei; se vogliamo chiamarci democratici, dobbiamo pensare e agire come democratici; e se vogliamo vivere in uno stato democratico e di diritto, la nostra giustizia deve pensare, agire e risolvere in conformità a criteri democratici.

La questione è nelle mani della Corte Suprema, ma anche in quelle della Procura.

 

 Fonte original (Eldiario.es – 24/07/2018)

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