SIAMO UN PAESE DI LOTTE CONDIVISE

Jordi Cuixart: “In Spagna c’è molta gente che si vergogna di come si sta comportando lo Stato con la Catalogna”

“La gente che difese le urne non merita una lotta di partiti per avere più quote di potere autonomico. Occorre unità strategica”.

La prima volta che chi firma quest’intervista sentì parlare Jordi Cuixart (Santa Perpètua de Mogoda, 1975) dal vivo fu il giorno in cui debuttava come presidente di Òmnium. Fece un discorso sincero e deciso. Lo si vedeva nervoso, quello sì. Sostituiva Quim Torra nella presidenza. Cuixart, un ‘self-made man’ cresciuto a Sabadell, seguì un’istruzione professionale nella sua città. Non ha fatto dei master in città straniere. Ha fatto l’imprenditore e il democratico. Tutta la sinistra catalana lo vuole. Oggi è in prigione accusato di ribellione dallo Stato spagnolo.

Quest’intervista a Cuixart, socio collaboratore di questo mezzo, è la prima del nuovo anno di CRÍTIC. Non è stata un’intervista normale. Di sicuro perché questa non è una situazione normale.

Cosa ne ricava dalla Sua esperienza in prigione?

È un’esperienza dura, ma presenta apprendimenti molto positivi, come perdere la paura e vivere appieno il momento presente, come un momento amabile. Anche l’importanza di cercare di essere sempre coerenti al massimo con quello che si pensa, si dice e si fa.

Che genere di rapporti ha stabilito?

Rapporti con persone molto diverse. Una delle prime cose che impari qui dentro è a non giudicare in modo avventato niente e nessuno. Ho ascoltato tante storie di vita assolutamente sconvolgenti dalla fine incerta. Questo mi ha insegnato che l’autentica ricchezza è dentro ognuno di noi.

Le ha fatto riconsiderare qualcosa come cittadino e come imprenditore?

Benché avessi sempre pensato che l’esistenza stessa di carcerati è un fallimento per la società, oggi ne sono ancora più convinto. Non possiamo dimenticare che le prigioni furono create dagli uomini in nome della giustizia, ma la stessa prigione può generare molte situazioni di ingiustizia, sia per i reclusi sia per le famiglie. D’altronde, nelle prigioni ci sono molte persone di talento e bisogna trattare soprattutto aspetti emotivi come l’autostima o l’empatia affinché questo talento affiori. Qui, a Lledoners, si lavora molto e positivamente in questo senso.

Il sistema penitenziario va revisionato?

Certo, perché direttamente o indirettamente la stessa dinamica delittuosa e di prigione si accanisce molto spesso con chi ha di meno ma necessita di più. Se guardiamo il lato positivo delle cose, il grado di reiterazione dell’attività delittuosa in Catalogna è ben al di sotto della media statale ed europea. Probabilmente non è casuale e indica una direzione.

Jordi Cuixart - Foto_ LAURA FÍGULS

Foto: LAURA FÍGULS

“Siamo un paese di lotte condivise: è quello che ci ha fatto progredire come società”

Il sovranismo. Come si costruiscono dei ponti e perché si dovrebbero alzare? Con chi dovrebbero esserci questi ponti? Che differenza vede tra condividere e ampliare?

Lo dice Concepció Arenal: “Le forze che si uniscono per il bene comune non sommano ma moltiplicano”. La ragion d’essere di Òmnium Cultural è trovare consensi e rafforzarli. Lavoriamo in uno spazio di punto d’incontro che è del tutto voluto ma non imposto; è anche la realtà della nostra massa sociale e ci sentiamo comodi. Non parliamo di ampliare ma di condividere, perché a nessuno piace essere spinto all’ampliazione da un altro; ampliare parte dall’idea che tu sei in possesso della verità e necessita degli ampliati e di quelli che ampliano.

Dal rispetto e al di là di ciò che potrebbe sembrare un gioco di parole, preferiamo il verbo ‘condividere’, cioè essere disposti a ricevere e dare, capire ed ascoltare quello che apporta l’altro. Di nuovo l’empatia come strumento di dialogo e di comprensione. Rivendicheremo sempre che siamo un paese di lotte condivise: è quello che ci ha fatto avanzare come società, ed è un elemento fondamentale della nostra coesione sociale.

Il nostro ruolo è continuare a promuovere la cultura come strumento fondamentale contro l’intolleranza ed il totalitarismo, continuare a lavorare per rafforzare la coesione sociale di questo paese e continuare a lottare perché la smettano di violare diritti e libertà, conquiste democratiche che ora vediamo che non erano affatto consolidate. L’operazione di Stato contro i lacci gialli vuole anche nascondere che in Catalogna più del 75% della popolazione è contro la nostra prigionia, “curiosamente” la stessa percentuale della gente che difende il referendum come via per risolvere il conflitto politico. Il movimento antirepressivo diventa una lotta condivisa del catalanismo. Noi abbiamo sempre difeso la via scozzese ed è lo Stato che, quando la nega, ha il dovere di proporre un’altra offerta ai cittadini della Catalogna. Lo Stato sbaglia strepitosamente se questa proposta è la repressione.

“Lo Stato spagnolo deve chiedersi perché il suo progetto nazionale è completamente fallito”

 

Poco tempo fa, lo scrittore Carlos Zanón diceva di Lei che ci sono molte persone in Catalogna che Le assomigliano. Di sinistra, di madre di Murcia e padre catalano, di classe operaia. Allo Stato preoccupa il fatto che l’indipendentismo abbia figure rilevanti di questa estrazione, come Lei? In quasi tutte le nazioni europee senza Stato le differenze tra gruppi etnoculturali diversi dentro lo stesso territorio sono state difficili da superare (un esempio paradigmatico: Irlanda tra ‘ulster scots’, protestanti e gaelici cattolici). In questo senso, la Catalogna e il catalanismo sono un modello di successo. 

Dunque, cosa manca al progetto nazionale catalano perché possa trionfare?

Per me, la coesione sociale in Catalogna è un modello di successo, foggiato in gran parte dal modello di scuola e sicuramente anche dalla volontà accogliente di una società come quella catalana, dove il fatto migratorio è strutturale. Lo dobbiamo rivendicare ancora di più come uno dei motivi principali di autostima collettiva. Di regola non chiediamo dei cognomi bensì del destino comune. Malgrado l’allerta permanente e i professionisti dell’odio e la divisione, non siamo caduti nella xenofobia che percorre Europa e il mondo. Siamo la società del “Casa nostra, casa vostra”, e dobbiamo far valere l’abbraccio di Rubí in seguito al 17-A, tra un padre che perde il figlio in un atto terroristico e un imam che piange sconsolato. La mia realtà personale è quella di moltissima gente in Catalogna. Figli di persone che sono venute da altri luoghi dello Stato spagnolo e da fuori in cerca di un futuro più degno per le loro famiglie. In molti casi, persone che letteralmente asfaltarono le loro piazze e vie con le proprie mani. Gli dobbiamo gratitudine eterna. Loro non sono venuti in barconi ma sì con valigie di cartone. Ed ogni giorno più forestieri o figli di forestieri vedono, vediamo nel sovranismo l’unico progetto inclusivo capace di garantire, appunto, un presente degno e un futuro fiducioso.

Direi che non si può negare al popolo catalano la forza di un progetto condiviso. Collettivamente sono stati capaci di maturare socialmente, di rafforzare le loro strutture, di uscire pacificamente sulla strada per anni, di esercitare diritti e libertà senza paura, nonostante gli abusi di potere dello Stato, e di rispondere alla repressione con fermezza. Credo che sia lo Stato spagnolo chi debba chiedersi perché il suo progetto nazionale non è che abbia avuto poco successo, ma è completamente fallito. Però questo non basta, perché l”ascensore sociale’ si è fermato, o rallentato nel migliore dei casi, e bisogna ribaltare la situazione. Dare anche risposta alle necessità di base dei vicini più vulnerabili. Stiamo parlando della crisi degli alloggi o la povertà energetica, e le esecuzioni ipotecarie che riguardano ancora una parte importante della nostra società. Perciò Òmnium sviluppò il progetto “Lliures” con Coop57 (Servizi Finanziari Etici e Solidali) e le ECAS (Entità Catalane di Azione Sociale). Certe lotte sociali condivise sono una priorità nazionale.

“In un referendum di autodeterminazione difendiamo anche l’uguaglianza tra concittadini per decidere liberamente il futuro politico”

In relazione alla domanda precedente, nonostante una certa impressione di classe media arrabbiata in alcuni episodi, il movimento sovranista è stato molto trasversale e di base maggiormente progressista e democratica. Come crede che vede questo movimento il cittadino medio dell’altro blocco? Bisogna fare un esercizio di alterità? C’è stato un catalanismo troppo essenzialista in senso etnoculturale?

Una delle grandi ricchezze del sovranismo è proprio il suo trasversalismo e le sue sfumature. Scusatemi se faccio nomi, ma io sono Cuixart e Navarro di cognomi, e il nostro vicepresidente è Mauri e de los Ríos, assieme alla vicepresidenta Llansana e la metà della giunta nazionale, che sono donne. Penso che i fatti parlino da soli. Come ci spiega Carme Junyent, oggi conviviamo con più di 200 lingue, con cittadini che non hanno più il catalano o lo spagnolo come madrelingua, ma hanno il cinese, l’urdu o l’arabo. Questo ci arricchisce come società e il catalano diventa più che mai la lingua comune e di coesione, come lo è l’italiano in Italia o l’inglese nel Regno Unito. Uniti nella diversità, che vuol dire anche senza rinunce di nessuno, come simboleggia il modello di scuola catalana.

Il concetto di alterità ci rimanda a quello di condividere: prendo coscienza del fatto che il mio vicino ha un punto di vista complementare a quello mio e ugualmente valido. Non ci si contrappone, ma si aggiunge dando luogo a un prodotto nuovo. La difesa del dialogo o della libertà di espressione, del rifiuto della violenza politica e della giudiziarizzazione politica di qualunque alternativa, sono grandi consensi di paese: torno al 75% di catalani che rifiutano l’esistenza di prigionieri politici. In un referendum di autodeterminazione stiamo difendendo anche l’uguaglianza tra concittadini per decidere liberamente il futuro politico. Siamo sovranisti, sì, ma soprattutto siamo democratici.

Jordi Cuixart - Foto_ GUILLEM ROSET

Foto: GUILLEM ROSET

“Una parte della sinistra spagnola ha serrato le file con la destra, ma sarebbe pericoloso mettere tutti sullo stesso piano”

Come vede la sinistra spagnola? Podemos rappresenta un cambiamento reale? Ha scritto a Pablo Iglesias? Aspetta qualcosa dal PSOE?

Pablo Iglesias venne a farmi visita nella prigione di Soto del Real. Lui e Alberto Garzón furono tra i primi leader politici di ambito statale ad esigere apertamente la libertà dei prigionieri politici, anche Pepe Álvarez dell’UGT. La sinistra spagnola è un concetto molto vasto che occorre precisare. È evidente che c’è una parte di questa sinistra storica spagnola che, finora, e soprattutto con il conflitto politico catalano, ha serrato le file con la destra spagnola o in nome del federalismo senza fatti concreti e decisi ha negato o sottovalutato il diritto all’autodeterminazione della società catalana. Ma sarebbe pericoloso mettere tutti sullo stesso piano. Nello Stato spagnolo ci sono moltissime persone che si vergognano di come si sta comportando lo Stato con la Catalogna. Di come si stanno violando impunemente i diritti e le libertà cittadine, della brutale repressione che ci si sta infliggendo e dei bassissimi livelli democratici attuali. Dal manifesto ‘Diritti e libertà’, sottoscritto da 200 artisti ed intellettuali, al manifesto di più di 100 cattedratici di diritto penale, passando per la denuncia di Amnistia Internazionale o di altre vittime dell’ondata di repressione, come Cristina Fallarás o Helena Maleno, per fare due nomi tra tanti altri. La campagna #RiveraQuitameEste (Rivera Toglimi Questo) è anche un bagno di realismo contro la provocazione e l’opportunismo.

Siamo in mezzo a una competizione per l’estrema destra tra PP e Ciudadanos, con un Governo del PSOE che differisce poco nel fondamentale, le difficoltà di Podemos e Izquierda Unida per fare arrivare chiaramente la loro difesa del diritto all’autodeterminazione sono reali, ma non possono ignorarlo e rinunciare alla loro difesa storica dei diritti politici fondamentali. Difendere la libertà in Catalogna è farlo anche in Murcia, Madrid o Andalusia. La libertà o è piena o non è reale.

“Il 20-S, l’obiettivo non era impedire la perquisizione ma protestare pacificamente per l’attuazione e gli arresti”

Come ricorda la giornata del 20 settembre?

Ne ho un buon ricordo, benché avessi la febbre alta. La notizia arrivò la mattina presto, e spontaneamente la cittadinanza cominciò a concentrarsi davanti alle porte del Ministero dell’Economia. Si stavano verificando dei fatti gravissimi e inediti. Le entità e il tessuto associativo del paese (sindacati ed entità) decidemmo che ci voleva una risposta coordinata, unimmo le nostre forze e ci concentrammo a mezzogiorno in piazza Sant Jaume di Barcellona per denunciare questo attacco flagrante alla democrazia e unirci nella difesa delle istituzioni. Davanti al Ministero si concentrava ogni volta più gente, sempre in modo civile, pacifico e festoso… ma è che non sappiamo farlo altrimenti. Io ero lì di buon mattino e poi nel pomeriggio, dalle 6 in poi più o meno. L’obiettivo non era impedire le entrate e le perquisizioni, ma protestare pacificamente per l’attuazione e gli arresti. A mezzogiorno annunciammo già che la concentrazione sarebbe finita a mezzanotte… Ero consapevole che a gran parte della gente non sarebbe piaciuta l’idea, ma bisognava leggere bene la situazione. Già nel pomeriggio, io e Jordi Sànchez sospendemmo la protesta.

Purtroppo nessun canale televisivo di ambito statale ha voluto mandare in onda il documentario ’20-S’, di Mediapro: è un altro esempio del silenzio informativo, della manipolazione mediatica e del processo di disumanizzazione che accompagna la nostra accusa in diversi mezzi. Il 20-S è una data per rivendicare il diritto alla manifestazione pacifica: sono le dittature quelle che imprigionano gli oppositori civili per il fatto di uscire in strada, dal Marocco con le proteste del Rif, passando per la Turchia oppure Putin in Russia.

“Le cose non sono andate come previsto, ma il passo da gigante è impressionante”

Prima che il presidente dichiarasse l’indipendenza e l’indomani parte dei ministri andassero in esilio, Lei era già in prigione. Come visse il 28 ottobre? C’erano delle strutture pronte a far fronte all’indipendenza?

È una realtà che il referendum si tenne e la Repubblica fu proclamata. Ed è anche vero che la violenza dello Stato impedì che si votasse con normalità, e che la repressione fa sì che oggi abbiamo centinaia di persone perseguitate giudizialmente, 9 prigionieri politici e 7 politici in esilio. Le cose non sono andate come previsto, ma il passo da gigante è impressionante. Ormai sappiamo che per andare avanti non possiamo farci limitare dalla prigione o dalle minacce di violenza da parte dello Stato. L’atto di disubbidienza civile del 1º ottobre ci riafferma in ciò che dice Kafka: “Da un certo punto in là non c’è più ritorno. È questo il punto da raggiungere”. Niente tornerà mai più come prima del 1º ottobre e tutto quello che rappresenta per una parte molto importante della società catalana e le generazioni future. Non dobbiamo dimenticare che, malgrado le immagini di violenza sproporzionata da parte dello Stato, la gente usciva di casa per andare a votare e difendere i colleggi.

Noi, con Jordi Sànchez, entriamo in prigione il 16 ottobre, prima della proclamazione della Repubblica. In Òmnium abbiamo sempre detto che nessuno ci regalerà niente, ed è evidente che bisogna trarre insegnamenti per il presente e il futuro, ognuno dal posto che occupa, in quanto società civile nel nostro caso. Òmnium ci lavora da tempo, e contemporaneamente chiede al sovranismo una strategia condivisa che sia ampia, trasversale, inclusiva e vincente per raggiungere gli obiettivi politici che il popolo della Catalogna decida alle urne.

Jordi Cuixart- Foto_ ELISENDA ROSANAS

Foto: ELISENDA ROSANAS

“Abbiamo sottovalutato l’impatto sulla cittadinanza spagnola e catalana di una parte della stampa dello Stato che non fa giornalismo ma propaganda”

A Soto del Real Lei ha visto come le televisioni spagnole raccontavano la Catalogna e ci si è mostrato critico molte volte. Quali sono le Sue riflessioni sul giornalismo nello Stato spagnolo? E adesso che si trova nella Catalogna, come vede il giornalismo qui? Ci vogliono più Évole?

Non possiamo generalizzare. Ci sono dei mezzi di comunicazione, non soltanto televisioni, che fanno un lavoro professionale e rigoroso. Com’è anche vero che c’è un’altra parte della stampa dello Stato che direttamente non fa giornalismo ma propaganda. Abbiamo sottovalutato in modo allarmante l’impatto di questo potere comunicativo propagandistico sull’insieme della cittadinanza dello Stato, e specialmente su quella catalana. Sono rimasto stupito della capacità di alcuni mezzi per imporre alla popolazione un racconto del tutto acritico su quello che succedeva in Catalogna. Apprezzo molto Jordi Évole, è un uomo coraggioso. Non ci conosciamo molto, ma abbiamo condiviso riflessioni e conversazioni molto interessanti, abbiamo degli interessi sociali che ci uniscono e un passato familiare molto simile. È quello che dicevamo: condividere. Lui dice sempre che è molto incline ad innamorarsi ed io anche. Che coppia. Ci vogliono anche più Gabilondo, Francino, Basté, Terribas… come diceva Muriel: “Ascoltiamo, che siamo di tutti”.

C’è una lotta per l’egemonia dentro il sovranismo catalano?

È sicuramente legittimo; noi abbiamo sempre difeso il ruolo essenziale dei partiti politici in una democrazia sana, ma è evidente che in un momento politico come quello attuale la gente che difese le urne con i propri corpi o che si mobilita da anni non merita una lotta tra partiti per ottenere più quote di potere autonomico. L’unità strategica è fondamentale.

L’asse sinistra-destra, che senso ha?

Se badiamo alle militanze dei prigionieri politici oggi, ci troveremo da liberali a socialdemocratici, dal centro alla destra e fino alla sinistra, passando per responsabili di entità. Oggi, il sovranismo ha rotto molti schemi classici.

Sono modelli socioeconomici e d’identità diversi, quelli che si mettono a confronto? Quali sinistre e quali personaggi di sinistra del mondo ritenete referenziali?

Joan Baptista Cendrós, uno dei fondatori di Òmnium, lasciò scritto che si era ispirato al Maggio del ’68 per la creazione dell’entità, e più avanti creò il partito Sinistra Democratica della Catalogna; tra tante altre azioni, lui era uno dei principali mecenati di Joan Oliver. Rivendichiamo una società catalana complessa e piena di sfumature, di contraddizioni vissute con naturalità, dove le letture veloci sono molto suscettibili di errore. Penso che le forze politiche sovraniste si rivolgano a un elettorato che, nella sua parte centrale, può avere molto in comune, e l’abbiamo visto con le leggi di carattere sociale approvate nel Parlamento della Catalogna e poi sospese dalla Corte Costituzionale. L’opposizione attiva dell’Ibex 35 e di certi poteri reali di Madrid e di Barcellona per negarci la democrazia è stata così evidente che vincolare catalanismo e borghesia oggi è del tutto logico. Gente come Cendrós o Paco Candel, Jaume Botey, Marta Mata, Rosa Sensat o Muriel Casals saranno sempre dei referenti per noi. Come anche Josep Fontana, tristemente scomparso di recente, con un legato e dei messaggi che dureranno nel tempo: “Ho una grande speranza nella capacità della gente per riaversi e rimettersi in piedi”.

Jordi Cuixart - Foto_ BERNAT VILARÓ

Foto: BERNAT VILARÓ

“Sono convinto che le sentenze saranno molto più scomode per loro che per noi”

Come vede lo spazio ANC e Òmnium? Quale dovrebbe essere il loro ruolo in questa nuova fase? Appariranno nuovi attori nella società civile?

Io vi posso parlare per Òmnium Cultural. Come abbiamo fatto prima del 1º ottobre, continueremo a difendere la democrazia sopra ogni cosa e, malgrado gli attacchi dello Stato per indebolirci, oggi ci sentiamo più che mai legittimati, e nel contempo responsabili, grazie ai 125.000 soci circa che ci sostengono. Con la cultura come pilastro fondamentale per la coesione sociale.

Con motivo del referendum di autodeterminazione del 1º ottobre non facemmo campagna né per il sì né per il no. Facemmo una Proclama per la Democrazia che oggi è vigente più che mai. Siamo di fronte a uno Stato che reprime le libertà fondamentali e ci mantiene in prigione in modo assolutamente sproporzionato. Dal momento in cui venne approvata la “legge bavaglio” e a causa del ‘procés’, più di 20.000 persone sono state sanzionate o imputate per aver esercitato diritti come la libertà d’espressione, la libertà d’informazione, il diritto di manifestare e il diritto di voto. Abbiamo lanciato la campagna “Domani puoi essere tu”, insieme ad altre entità, proprio per denunciare questa regressione autoritaria. Convinti che “Non staremo zitti”, non soffocheranno il grido “i Borboni sono dei ladri”, e continuiamo e continueremo ad esigere anche la piena libertà di Valtònyc, Tamara o Adri. Vogliamo vivere in una democrazia piena, non rinunceremo ai nostri diritti.

Per me la prigione è un’occasione chiara di denuncia, in nessun caso una moneta di scambio politica, e sono convinto che le sentenze saranno molto più scomode per loro che per noi. Le nostre sentenze saranno le loro condanne. “Che cosa fece Lei per aiutare a liberare Nelson Mandela, giudicato terrorista da Margaret Thatcher?” Questa è la domanda che l’attuale ministro britannico, Theresa May, non fu capace di rispondere pochi giorni fa a un giornalista. Il ‘procés’ ci ha dimostrato che non è questione di personalismi, e che ha una capacità di generare nuove leadership che possono provocare l’invidia di molti progetti di rottura a livello europeo. Oggi più che mai, abbiamo bisogno dei leader esistenti sia in prigione sia in esilio o nella stessa società, ma sono anche sicuro che ne spiccheranno degli altri, il che è perfettamente compatibile con quelli che già esistono ed è anche estremamente salutare. Nel caso di Òmnium, siamo fortunati di contare su Marcel Mauri.

Jordi Cuixart - Foto_ BERNAT VILARÓ

Foto: BERNAT VILARÓ

“La frattura sociale che abbiamo è l”ascensore sociale’: povertà, disuguaglianza ed esclusione”

Esiste il rischio che l’indipendentismo abbia una deviazione più d’identità o più nazionalista? E l’estrema destra spagnola, come vede il suo rafforzamento in Catalogna? Crede che lo Stato stia cercando di “ulsterizzare” la Catalogna? Quali sarebbero le ricette per poter combatterlo?

Non possiamo banalizzare l’accaduto nel conflitto nordirlandese né fare dei confronti che sono più che evidenti. In Catalogna non c’è rischio di frattura sociale, per quanto alcuni cerchino di inculcare quest’idea ripetendola come un ‘mantra’. Tutti quanti sanno che una grande virtù del sovranismo è quella di essere totalmente pacifico, con una ricchezza e trasversalità che lo fanno genuino nel senso di interclassista ed intergenerazionale, caratteristiche che lo tengono lontano dal populismo. La frattura sociale che abbiamo è l”ascensore sociale’ che dicevo: povertà, disuguaglianza ed esclusione che bisogna combattere dalle radici.

Il consolidamento dell’estrema destra in Europa e in tutto il mondo mi preoccupa enormemente, come anche in Catalogna. Non dimentichiamo che Franco morì 40 anni fa e ora, l’anno 2018, per la prima volta un Governo (di un partito che ha governato per 20 anni e non ha mosso un dito) mette sul tavolo l’esumazione del dittatore. È un fatto inedito, vergognoso per qualsiasi democrazia. Ciò che preoccupa di più non è il ‘Valle de los Caídos’, bensì la persistenza culturale e strutturale del franchismo. Più di 700 alte cariche militari, tra cui molti nella riserva, hanno già firmato un manifesto in difesa della figura del dittatore. Più di 700! E la Fondazione Francisco Franco non soltanto è legale, ma riceve denaro pubblico; ci sono migliaia di persone sepolte nelle banchine delle strade, in fosse comuni… Quelli che si fanno la foto ritirando lacci gialli non hanno mai ritirato una targa commemorativa franchista e nel Parlamento della Catalogna non condannano il dittatore.

La Spagna è il paese d’Europa con più scomparsi in fosse comuni, il secondo al mondo, soltanto dietro a Cambogia. Lo Stato spagnolo non ha mai condannato il franchismo, né sono stati giudicati i suoi membri; i giudizi sommari sono sempre vigenti, comprese le esecuzioni del presidente della Generalitat, Lluís Companys, o di Salvador Puig Antich. Perciò Òmnium, insieme ad entità memorialistiche, ogni 20-N continua a chiedere giustizia per i crimini del franchismo. È preoccupante che alcuni attori politici e sociali legittimino la violenza con cui agiscono certi gruppuscoli nelle strade di alcune cittadine. Sono gli stessi che non hanno condannato il migliaio di votanti pacifici feriti il 1º ottobre. È intollerabile legittimare qualsiasi forma di violenza. L’unica cosa che fanno è alimentarla. È necessario che tutti serrino le file in questa questione. La violenza è intollerabile, da qualunque parte essa provenga. Fascismo mai più, in nessun posto e contro nessuno è un clamore trasversale che esige tolleranza zero, a cominciare dalle istituzioni pubbliche, e coraggio da tutta la cittadinanza.

“Quelli che si fanno la foto ritirando lacci gialli non hanno mai ritirato una targa commemorativa franchista”

Cosa legge in prigione?

Molto e molto diverso, dalla “Revista de Catalunya” fino a uno dei miei favoriti come Thoreau, uno dei padri della disubbidienza civile. Mi sono anche piaciute molto le lettere di Václav Havel e quelle di Gramsci, o la traduzione in catalano dell’antologia poetica del coreano So Jong-Ju, che mi ha affascinato per la sua estrema quotidianità.

La mia compagna, Txell Bonet, mi regalò ‘The pot book’ di Edmund De Waal, un’altra antologia, ma in quest’occasione di 300 pezzi di ceramica fabbricati nel corso della storia dell’umanità; ci passo delle ore. E adesso, per esempio, ho un libro che mi ha fatto arrivare Anna Gabriel da Ginevra, sull’abolizione delle prigioni di Angela Davis. È scritto in francese e mi aiuterà a praticare. Ho anche da leggere le ‘Lettere dal carcere’, di Nelson Mandela.

[Jordi Cuixart ha risposto per iscritto il questionario di CRÍTIC dalla prigione di Lledoners. Le domande gli furono rimesse attraverso il gruppo di comunicazione di Òmnium Cultural a metà agosto. Le risposte di Cuixart recano la data di venerdì 31 agosto.]

Foto: Jordi Borràs 

Fonte original – El Crític (02-09-2018)

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