SORPRESE GIUDIZIARIE

Il giudice Pablo Llarena, con le sue azioni di emissione e revoca del mandato di arresto europeo, ha aperto la porta a Carles Puigdemont davanti alla giustizia belga.

È stato il giudice istruttore spagnolo a prendere l’iniziativa. Puigdemont unicamente sta reagendo all’iniziativa del giudice.

Cercare di risolvere politicamente l’integrazione della Catalogna nello Stato spagnolo in un modo accettabile sia per i cittadini della Catalogna sia per quelli del resto dello Stato è tremendamente difficile. Ma cercare di risolvere il problema per via giudiziaria è molto più che difficile.

Anche se col trasferire la risposta ai tribunali di Giustizia può sembrare che si controllerà il corso degli avvenimenti, succede tutto il contrario. Finché un problema di natura politica resta nell’ambito della politica, esiste la possibilità d’affrontarlo con la trattativa. Quando un problema di quella natura viene spostato al terreno dell’amministrazione di giustizia, quella possibilità sparisce. Non c’è modo di controllare il corso degli avvenimenti. E non si può più negoziare.

Inoltre, siccome il problema continua a essere di natura politica,

quantunque sia stato deferito a un tribunale di giustizia, l’incrocio della logica politica e la logica giuridica altera l’azione del Tribunale e gli fa perdere il controllo dello stesso processo giudiziario che deve decidere. Non solo non si guadagna in sicurezza, ma si produce tutto il contrario.

Forse Mariano Rajoy e il Procuratore Generale dello Stato, José Manuel Maza, erano convinti che emettendo denunce per il delitto di ribellione contro Carles Puigdemont e altri politici nazionalisti catalani avrebbero controllato la questione catalana e in un breve arco di tempo la Corte Suprema avrebbe emesso una sentenza con la quale mettere ognuno al suo posto. Dopo la sentenza, si potrebbe ricorrere di nuovo alla politica, ma sulla solida base di una sentenza definitiva, con valore di cosa giudicata.

Ma quella fiducia nell’azione della giustizia era una fantasticheria. I meandri per i quali può scorrere un processo giudiziario sono numerosi quanto quelli per i quali può transitare l’azione politica. Siccome, inoltre, sono codificati ed esistono dei diritti che si possono far valere in ognuno di questi meandri, il groviglio può essere incontrollabile.

Il tentativo di processare Carles Puigdemont e altri politici nazionalisti per il delitto di ribellione lo sta dimostrando.

La Corte Suprema ha perso il controllo del processo. Non può agire contro Carles Puigdemont dopo la decisione dell’Alta Corte dello Schleswig-Holstein e, non potendo farlo, non può neanche agire contro gli altri querelati senza rompere la “catena di legittimità democratica” in cui consiste lo Stato Costituzionale, poiché, di tutti i querelati, soltanto Carles Puigdemont ha legittimità democratica grazie all’investitura. Tutti gli altri l’hanno ricevuta da lui. Il loro processo deriva dal processo del presidente, è un corollario del processo del presidente. La Corte Suprema avrebbe potuto avviare l’azione legale esclusivamente contro Carles Puigdemont, lasciando gli altri fuori. Ma quel che non può fare è processare gli altri senza processare Carles Puigdemont. Questa è una conseguenza inevitabile del principio di legittimazione democratica del potere.

Ma c’è dell’altro. Con la sua erratica istruzione, che lo ha portato prima a ritirare il mandato d’arresto europeo emesso a suo tempo dalla giudice Carmen Lamela davanti alla giustizia belga, dopo a emettere un nuovo mandato per poi ritirarlo ancora, il giudice istruttore ha violato diritti fondamentali di Carles Puigdemont, negandogli allo stesso tempo la possibilità di difendersi.

Dopo l’emissione dei due mandati di arresto europeo, Puigdemont dovette mettersi a disposizione della giustizia belga

e, anche se non furono adoperate contro di lui misure di privazione di libertà, si vide sottoposto a limitazione della libertà di circolazione e alla comparizione periodica davanti al tribunale competente. Dovette contrattare un avvocato per difendersi, incorrendo nelle spese che ciò comporta. E alla fine, essendo stato ritirato il mandato di arresto europeo, non poté difendersi né ottenere una risposta giudiziaria di fronte all’accusa del giudice istruttore spagnolo.

Con le sue azioni di emissione e revoca del mandato di arresto europeo, Llarena ha aperto la porta a Carles Puigdemont davanti alla giustizia belga. È stato il giudice istruttore spagnolo a prendere l’iniziativa. Puigdemont unicamente sta reagendo all’iniziativa del giudice. Se il primo non avesse ritirato il mandato di arresto europeo, quest’ultimo non avrebbe potuto presentare una causa civile davanti alla giustizia belga. Dopo il ritiro, Puigdemont, che è un cittadino nel pieno esercizio di tutti i suoi diritti fondamentali perché non ne è stato privato per mezzo di sentenza giudiziale definitiva, che risiede in Belgio e che si è visto danneggiato nell’esercizio dei suoi diritti dal giudice istruttore, che non gli ha dato nemmeno la possibilità di difendersi, ha tutto il diritto del mondo di querelare il giudice istruttore e di esigergli responsabilità per la sua erratica istruzione.

È stato il proprio giudice Llarena a mettersi in una situazione giuridica insostenibile.

Non siamo di fronte a un attacco villano all’integrità della giustizia spagnola, come ha detto Llarena. È una reazione di legittima difesa di fronte a un’istruzione erratica.

Il 4 settembre si produrrà una nuova sorpresa. E non sarà l’ultima.

Uno sproposito dietro all’altro.

Fonte original – El diario.es (19/08/2018)

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